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mercoledì 1 dicembre 2010

Themes from William Blake's The Marriage of Heaven and Hell: il più strano degli album possibili

L'alterità tra chi ascolta metal e chi non l'ascolta (compresi i fan delle inutili ballades di gruppi americani o americaneggianti) è riassumibile nel ben noto pregiudizio: il metal causa fastidio perché è pesante (affermazione tautologica), il metal estremo deve restare inesplorato perché è rumoroso e cantato con rutti e vomiti. Volendo stilare una classifica del metal estremo poi ci viene da mettere in testa il black metal, freddo, ostile, cattivo. I non metallari non si sognerebbero mai di ascoltare black metal, specialmente se preso nella sua radice più autentica, il cosidetto TNBM (true norwegian black metal), l'insieme di gruppi della scena norvegese di inizio anni '90. Per chi bazzica poco queste frontiere basti ascoltare la prima traccia di un album decisamente TNBM: Nattens Madrigal - Aatte Hymne Til Ulven I Manden degli Ulver:



Terribile, vero? Uno strazio, per certi versi incomprensibile. Quest'album è il terzo all'attivo degli Ulver (Lupi, in norvegese). La loro storia è fino a questo punto quella di un normalissimo (si fa per dire) gruppo della scena black norvegese: quando nasce il progetto i membri sono giovanissimi (il cantante, Garm, è del 1976) e pare abbiano una gran voglia di far sentire la loro musica: tra 1993 e 1997 escono un EP e tre album. Il loro sentiero musicale pare ben definito, riconoscibile e con spunti originali, ma inquadrato in quei fenomeni tipici dei musicisti della scena black coeva: la fusione, tipicamente norvegese, tra elementi black e folk nel primo album Bergtatt, un secondo album completamente folk come Kveldssanger, un terzo album completamente black, freddo, volutamente con una qualità di registrazione bassissima come il succitato Nattens Madrigal.
Un'ottima carriera, certo, ma destinata a rientrare nel panorama (forse) ristretto del black metal. E invece gli Ulver stupiscono tutti. Nel 1998 esce il loro quarto album Themes from William Blake's The Marriage of Heaven and Hell e niente è più come prima. Gli Ulver abbandonano, decisamente e senza rimpianti, il black metal: è un album generalmente definibile come avant-garde metal (definizione vaga, ma Garm è sicuramente tra quanti portano avanti con più decisione il genere) e decisamente orientato verso l'elettronica. Un cambio di genere musicale nettissimo. Quest'album serba infatti qualche memoria di sonorità "pesanti", ma sono talmente integrate e circondate dal nuovo genere intrapreso da sembrare solo delle scelte stilistiche, non degli echi di album passati. Themes from William Blake's The Marriage of Heaven and Hell potrebbe, insomma, essere un album maturo (musicalmente è molto consapevole) di un gruppo che non ha mai suonato black metal.
Già questo mi sembra un fatto degno di nota. Ma una caratteristica è ancora più sconvolgente e rende particolare e unico questo album: i testi. Come denuncia il titolo gli Ulver si ispirano ad un'opera del noioso poeta inglese Blake, vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento: The Marriage of Heaven and Hell. E cosa fanno per renderla nel modo più certo e completo? La mettono in musica! Provare per credere: i testi delle varie tracce non sono altro che le varie sezioni dell'opera, riportate (quasi) integralmente.
Non mi viene in mente niente di simile o comunque paragonabile.
L'idea (sicuramente curiosa e encomiabile) di unire così radicalmente musica contemporanea e letteratura "vecchia" e consacrata poteva peraltro rimanere un tentativo inconcludente. Invece l'album si presenta armonioso e meritevole dall'inizio alla fine (la durata è peraltro scoraggiante: 100 minuti compresa la coda di silenzio di ben 20 minuti). Peraltro la variazione di genere e d'influeza ne allarga enormente il raggio di pubblico, rendendolo decisamente un album al di sopra di ogni genere e catalogazione.
Una scelta che sicuramente colpisce (se vogliamo continuare a stupirci di questa stupefacente opera) è la scelta dell'opera da mettere in musica. William Blake è autore di una letteratura visionaria e unica che decisamente spiazza il critico e il lettore. Wordsworth lo definì "mad", senza alcun giro di parole, le incisioni e i disegni che ci ha lasciato ci fanno capire che ci troviamo davanti forse a un genio, sicuramente a un incompreso. Romantico e visionario, Blake aveva nei confornti della religione tradizionale un atteggiamento ambivalente. Il suo credo, astruso e modernissimo, è tutto in quest'opera scritta per apparire come una sorta di testo sacro, un vangelo dionisiaco dell'energia. A noi non resta che ringraziare gli Ulver che nel passare dal black metal della loro adolescenza all'elettronica e al trip hop dell'età adulta ci hanno fatto scoprire questo testo così strano e immaginifico e coinvolgente.
Un album da non perdere, come anche la restante carriera dei bravi Ulver.

La traccia più rilevante è forse Proverbs of Hell in cui la fusione tra musica, voce, testo lettarario si fa praticamente perfetta e inimitabile.

Occulti Vates

Playlist con l'album, qui.

mercoledì 8 settembre 2010

Hammerheart: il migliore degli album possibili


Qualcuno ha detto che il metal tra trecento anni sarà considerato musica classica. Questo parere ci sembra forse troppo condizionato da sovrastrutture di pensiero per essere completamente condivisibile. Contiene in sé però una grande verità: il metal è un sistema autonomo. È infatti esperienza comune di quanto i metallari siano distinguibili dal resto della folla e quanto sia vasta la galassia del metal. Il metal non è più un genere musicale: è un periodo storico autonomo. Al suo interno la divisione in generi è tale da manifestare in pieno questa realtà.
È passato molto tempo da quando si cercava di distinguere (spesso con difficoltà) heavy metal da hard rock e a posteriori alcune scelte ci sembrano improbabili. Possiamo dubitare che i Black Sabbath (i padri stessi del genere) degli anni ’70 siano metal, ma non possiamo dire lo stesso di gruppi come Mayhem, Sepultura, Cannibal Corpse. Il metal è un mondo a sé stante diviso in generi molto diversi tra loro. La sua storia deve essere approfondita come quella di qualsiasi periodo storico. Anche perché il metal, oltre ad avere un suo sviluppo interno (per cui il suo evolversi può essere vista come una continua ricerca di un suono sempre più pesante), riflette e si nutre delle contingenze musicali e culturali circostanti. Senza l’hardcore non ci sarebbe stato trash metal, l’hair metal è concepibile solo inserito nel (dubbio) gusto degli anni ’80.
Questo discorso vale anche per il folk metal. È sul finire degli anni ’80 che salta fuori il folk metal: e sono proprio gli anni in cui l’intera musica palesa il suo interesse per le musiche tradizionali. Sono gli anni dei Pogues (forse è proprio il punk a generare questo fenomeno, nella sua accezione d ritorno alle origini della musica), sono gli anni del proliferare della musica irish, seguita a ruota da folk locale ad ogni latitudine. Possiamo peraltro notare come negli stessi anni le esigenze delle realtà locali riemergano potentemente in molti stati dell’Occidente.
Anche nel metal viene fuori il folk. Il primo genere ascrivibile a questa categoria è sicuramente il viking metal. Pionieri del viking metal sono i Bathory. Bathory è l’one man band di Quorthon, musicista geniale che non dovrebbe essere relegato ai soli metallari, ma ascoltato e riverito da tutti coloro che si interessano di musica.
I Bathory iniziano la loro carriera nel 1983 (quando lo svedese Quorthon ha solo diciassette anni) con l’album omonimo. È un album rivoluzionario: bassa qualità, sound ispirato al recente trash metal, primo utilizzo di uno scream violento, tematiche sataniste. Successivamente sarà ritenuto il primo album black metal della storia e la prima ondata di gruppi black metal (la scena norvegese di inizio anni ’90) vedrà in Quorthon una sorta di “padre fondatore”.
Quorthon continua la sua ricerca musicale, sviluppando un proprio percorso autonomo. A partire dal suo quarto album, Blood Fire Death (1988) possiamo riscontrare un netto cambiamento: i ritmi rallentano notevolmente, fanno la loro comparsa tematiche e suoni “nordici”. L’interesse per la storia scandinava da vita a testi di argomento mitologico e storico. È la preparazione alla rivoluzione folk, all’invenzione del viking metal.
Questa rivoluzione si attua pienamente nel successivo album, Hammerheart (1990). Di fronte a quest’album non possiamo non rimanere stupiti. È decisamente metal, l’uso delle chitarre fa capire che ci troviamo di fronte ad un gruppo scandinavo, le melodie ci fanno capire che è un album dei Bathory. Ma c’è ben altro. C’è musica completamente nuova. Ci troviamo di fronte al primo album viking (e quindi folk) metal.
Hammerheart è un concept album. Nel dipanarsi attraverso otto lunghe tracce, ci viene restituito un affresco della vita e della società degli antichi abitanti del Nord. Ci sono gli assalti vichinghi, c’è la vita quotidiana, c’è il culto agli dei e la speranza nel Valhalla, c’è il racconto drammatico della cristianizzazione della Scandinavia. Ascoltandolo si resta ammutoliti, pare veramente di essere sbalzati indietro nel tempo, sulle rive del freddo mare, in un villaggio dove ferve la vita, in un mattino in cui i giovani si imbarcano per spedizioni avventurose al di là del mare, cercando l’eroica morte, segno che Odino (costantemente invocato) li ha accolti nel banchetto eterno. Gli abitanti del Nord sono resi vivi, non sono Vichinghi stereotipati, ma proiezioni mentali di una cultura che si riscopre e gelosamente si rivendica. Pare di trovarci di fronte ad un lavoro di riscoperta delle tradizioni ottocentesco, pare di avere sotto gli occhi (nelle orecchie), l’opera di un autore Romantico o di uno studioso del Folklore.
In quest’album c’è forse traccia del sistema di valori e delle idee che il riservato Quorthon preferì sempre tenere per sé: amore per la propria terra, ricerca di una comunione spirituale con la natura, consapevolezza dell’orgoglio del proprio retaggio, sofferenza nei confronti dell’imposizioni (l’anticristianesimo dei Bathory fu sempre questo: rifiuto di un sistema ideologico imposto che strozzò gli antichi costumi nordici, costringendoli ad uno snaturamento). Ci troviamo di fronte ad un sistema di valori positivo e propositivo e ci paiono lontanissimi gli eccessi e gli atti illogici spesso compiuti da esponenti dello stesso genere musicale che si ispiravano a Quorthon (e che Quorthon condannò).
Musicalmente Hammerheart è un album innovativo. Possiamo certamente riscontrare dei difetti (spesso la vocalità di Quorthon fu tacciata di monotonia), ma dobbiamo anche riconoscere un ricorso consapevole a vari accorgimenti che traslano l’album da semplice prodotto musicale a ben altro. L’elaborazione dei testi, la ricerca di uniformare l’album per renderlo un’opera unitaria non possono non essere notati.
Hammerheart fu dunque il primo album folk metal, ma è tutt’ora un prodotto altissimo di questo genere e forse qualcosa in più: un grande prodotto dell’umanità, meritevole di studio e lode.
Di cosa parla quest’album tanto incensato? Ecco una breve esposizione delle varie tracce:

Shores in Flames

A primavera possono cominciare le scorribande dei guerrieri. I vichinghi s’imbarcano intrepidi pregando gli dei di dare loro la vittoria. Si avvicinano alle mura di una città per attaccarla all’alba. Il coraggio è dalla loro, come la consapevolezza che, se cadranno, verranno accolti nell’alto dei cieli, nel Valhalla.

Valhalla

Un guerriero morto, disteso nella sua barca. Una preghiera al possente dio del tuono, che lo accoglierà nel Valhalla “great warriors hall”.

Baptized in fire and ice

Un figlio del nord, a termine della propria vita, è consapevole che continuerà a vivere nella sua discendenza. Infatti, i riti del fuoco e del ghiaccio fanno sì che i figli delle tribù del nord vivano in armonia con la natura, riconoscendo i poteri che agiscono nel mondo. Gran bel testo.

Father to son

Come nella canzone precedente c’è la consapevolezza del proseguimento di se stessi nella propria discendenza. Un padre tiene in braccio il proprio erede, cantandogli cosa sarà la sua vita: la trasmissione della propria cultura è l’unico modo per perpetuarsi.
Oh, my child please take heed
Through you I am granted to live on
These words more worth than you will ever know
Make them live on from Father to Son

Song to hall of up high

Un inno ad Odino, dio che veglia sui suoi figli. La voce di Quorthon lo rende commovente.

Home of once brave

La consapevolezza della voce narrante di una terribile idiosincrasia: da una parte lui ricorda il passato della terra in cui vive, i valorosi uomini che l’abitarono. Dall’altra i suoi contemporanei stanno dimenticando e si è persa in loro la meraviglia di fronte alla bellezza della libera terra del Nord.

One rode to Asa Bay

In una lunga canzone viene raccontata la cristianizzazione forzata della popolazione scandinava. Il cristianesimo, visto come imposizione esterna, è destinato a modificare per sempre le abitudini ed i costumi delle tribù del Nord.
And whispered silent words forgotten
Spoken only way up high
Now this house of a foreign God does stand
Now must they leave us alone
Still he heard from somewhere in the woods
Old crow of wisdom say
...people of Asa land, it's only just begun

Occulti Vates

Maggiori informazioni, qui.
L'album su youtube, qui.

venerdì 18 giugno 2010

Arrivederci al mostro, bentornato al Liga!



“Arrivederci, mostro!”. Lo stesso cantautore ha spiegato un po’ ovunque, durante il suo “giro d’Italia” per promuovere il disco, questo enigmatico titolo: “Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi. Li si possono chiamare ossessioni, paure, condizionamenti (…) Sappiamo, però, che sono vivi e sono il filtro attraverso cui chiunque matura la propria, personale visione del mondo. Credo di conoscere abbastanza bene i miei ‘mostri’, mi fanno compagnia da tanto tempo. Può darsi che sia anche per questa lunga frequentazione che ora, in questa fase della mia vita, mi sembrano meno ‘potenti’ e ‘ingombranti. Alcuni di loro li ho affrontati in questo album ma era solamente per fargli sapere che li stavo salutando. Loro come tutti gli altri. So benissimo che sarebbe fin troppo bello che fosse un saluto definitivo. Infatti non mi sono permesso di dire: “Addio, mostro!” ma un più prudente e realistico: “Arrivederci, mostro”.

A cinque anni dal suo precedente lavoro (“Nome e cognome”), “Arrivederci, mostro!” sembra voglia dare un taglio netto rispetto al passato recente dell’artista, fatto di canzoni dalla musica melodica e dai testi introspettivi e romantici, e recuperare piuttosto l’anima rock dei suoi esordi. Infatti, tranne pochissime eccezioni, le tracce del disco sono caratterizzate dalla presenza quasi ingombrante di chitarre elettriche, bassi e batteria che si sovrappongono e si completano, dando vita a ritmi frenetici, incalzanti e coinvolgenti.

Ed è proprio così che si inizia: “Quando canterai la tua canzone”, la prima traccia dell’album, parte con piglio deciso e inequivocabilmente rock. Ligabue lancia una sorta di incoraggiamento a usare la propria testa per prendere decisioni senza condizionamenti e fare in modo di condurre la propria vita dove si vuole; un invito a fregarsene di chi “non sa sentire” e a cantare sempre e comunque “con tutto il tuo volume”. Si continua con “La linea sottile”. Sembra di ascoltare una canzone molto più tranquilla della precedente, salvo poi rimanere sorpresi dal rullo di batteria che esplode nel ritornello. Si potrebbe dire che con queste parole Ligabue voglia scuotere gli ignavi del nostro tempo (“Cosa pensi di fare? Da che parte vuoi stare?”), costringerli a scegliere tra lo stare al di qua o al di là di quella linea sottile. Arriviamo poi alla terza traccia, “Nel tempo”, canzone a cui il cantautore tiene particolarmente e che riassume parte degli eventi che hanno segnato la sua vita, dai primi ricordi di bambino a quelli più recenti degli anni di piombo, da “Zorro, Bleck e Braccobaldo” a “i Police a Reggio”, da “Belfagor e Carosello” a “Berlinguer e Moro”. Il ritmo incalzante, scandito dalla batteria, è funzionale al veloce susseguirsi degli avvenimenti narrati e fanno di questo pezzo probabilmente il più potente e veloce del disco. Il quarto brano è il primo pezzo veramente “soft” dell’album, una ballata romantica e struggente dal titolo “Ci sei sempre stata”, in cui si ha la sensazione dell’ineluttabilità di certi incontri, della consapevolezza che certe persone siano state messe al mondo per venire in qualche modo a far parte delle nostre vite, ad allietarle. Il tutto condito da una sorta di mistero al quale Ligabue non sa dare una spiegazione (“Più ti guardo e meno lo capisco da che posto vieni”), ma che accetta come un dono, quando nel ritornello dice “quando il cielo non bastava non bastava la brigata eri solo da incontrare ma tu ci sei sempre stata”. Il lungo assolo di chitarra finale è mescolato a una serie di suoni concreti (il pianto di un bambino, il tuono di fuochi d’artificio, i sospiri di una donna) come a volere farci vivere anche attraverso questi suoni “familiari” le emozioni che già da sé la canzone suscita e a enfatizzarle. “La verità è una scelta”: un bellissimo aforisma, ma soprattutto titolo molto evocativo della quinta traccia del disco. Anni e anni di disquisizioni filosofiche sul concetto di verità, ma Ligabue giunge alla sua propria conclusione: la verità è qualcosa di oggettivo e tangibile, ma ognuno di noi può decidere di farci i conti oppure scegliere di non vederla, di nasconderla ("ogni battito è una scelta/ ogni sguardo mantenuto/ ogni nefandezza che hai scordato/ ogni tanto non ci pensi/ vuoi soltanto andare avanti/ e schivare tutti gli incidenti"). Questo concetto è reso benissimo, a mio avviso, dal verso “di giorno sempre un occhio chiuso/ di notte uno aperto” col quale, appunto, si intende indicare la cecità davanti ai problemi e la voglia di non curarci, quando siamo svegli, degli stessi problemi che di notte ci impediscono di dormire. Le sonorità sono dure e incisive, proprio per rafforzare questi concetti così estremi. Al sesto posto troviamo “Caro il mio Francesco”, canzone scritta sotto forma di lettera all’artista e amico di sempre Francesco Guccini, nonché liberamente ispirata alla sua “Avvelenata”. Questa canzone si distacca completamente dallo stile di tutto l’album: la musica è quasi completamente assente, il testo è lunghissimo e il ritmo meno frenetico per far cogliere a chi ascolta tutto il peso delle parole che lo compongono; le parole sono sussurrate, quasi recitate, con voce calma e pacata, completamente in antitesi con quello che è l’argomento del brano: il tradimento e l’ipocrisia dei colleghi, le polemiche montate per avere visibilità e un “titolo più largo” sul giornale. Il linguaggio diventa a tratti duro e inflessibile (“parlavano di stile, di impegno e di valori/ ma non appena hai smesso di essere utile per loro/ eran già lontani,/ la lingua avvicinata a un altro culo”, “quei presunti mi puri/ mi possono baciare queste chiappe allegramente”), ma è lo stesso cantautore ad ammettere che si è “fatto prendere la mano/ perché uno sfogo fa sbagliare spesso la misura” e a dichiarare che andrà avanti, come ha sempre fatto, “a cantare della vita/ sempre e solamente per come io la vedo/ che la morte se la suona e se la canta/ chi non sa soffrire da solo”. La settima canzone, “Atto di fede”, si apre in sordina: poche chitarre, la voce roca e calda di Ligabue su un accompagnamento di tastiere. Ma il ritmo cambia decisamente dopo pochi secondi, a poco a poco che si allunga l’elenco delle cose che sono ormai entrate a far parte della vita dell’artista (“ho visto mari calmi/ e mari tempestosi/ e ho visto in sala parto/ la potenza delle cose”), alcune poco piacevoli ("ho visto tanti Giuda/ tutti in buona fede/ e ho visto cani e porci/ fatturare a chi gli crede"), ma altre meravigliose ("ho visto la bellezza/ che ti spacca il cuore/ e occhi come il mare/ nel momento del piacere"). Solo a questo punto troviamo “Un colpo all’anima”, il primo singolo estratto dall’album, e brano, a mio parere, non particolarmente entusiasmante. Quindi ci si chiederà il perché di questa scelta. Credo che il motivo sia puramente commerciale: è una canzone molto orecchiabile e facilmente memorizzabile a causa delle tante ripetizioni. In poche parole adatta a diventare un tormentone per l’estate che sta arrivando. Alla nona canzone mi sento già particolarmente affezionata poiché è tratta da una poesia scritta dallo stesso Ligabue (in “Lettere d’amore nel frigo”, ed. Einaudi, 2006), riadattata e limata per questioni di metrica. “Il peso della valigia” è una canzone commovente e che trasuda nostalgia da ogni verso: si parla di valige di cartone, rossetti finti, astucci di gemme, di oggetti cari a una bambina già diventata donna, i cui “occhi han preso il colore del cielo/ a furia di guardarlo”. “Taca banda” risulta un piccolo gioiello di musica blues, coinvolgente e allegra, che prende in giro diverse tipologie umane con il solito humoralla Ligabue (“alcuni sputano tutte le proprie sentenze/ senza nemmeno averle masticate”). Segue “Quando mi vieni a prendere?”, canzone impegnata e impegnativa, ispirata alla vicenda di Dendermonde, Belgio, dove, il 23 gennaio 2008, un ragazzo di vent’anni entrò in un asilo armato di un coltello e uccise una maestra e due bambini. Si tratta di una ballata triste e drammatica, resa tale ancora di più dal fatto che il cantautore ha cercato di raccontare il tutto dal punto di vista di uno di quei bambini. Per questo il linguaggio è estremamente semplice e le domande incalzanti del bimbo e le sue scuse per aver fatto arrabbiare i genitori sono disarmanti, quasi fosse colpa sua tutto quello a cui stava assistendo. Anche in questo caso la musica viene ridotta al minimo dell’invadenza, le chitarre sostituite da un’orchestra d’archi che sembra che piangano e da un suono di carillon che acquista, qui, una connotazione drammatica. L’ultima traccia del disco si intitola “Il meglio deve ancora venire” e fa sorridere la scelta del suo posizionamento. Nonostante tutto, nonostante i “mostri”, il futuro non sarà poi così orribile, ci dice Ligabue. Lui sembra crederci davvero e cerca di trasmettere tutto questo suo entusiasmo in un pezzo rock forte e travolgente, che sicuramente farà scatenare tutti gli stadi in cui verrà suonato.


LA BAND:
Alle ‘macchine’ in studio, l’ingegnere del suono Chris Manning (già famoso per aver collaborato con Santana, i Metallica e Joe Satriani). Gli altri musicisti sono quelli della band del tour: Michael Urbano alla batteria, Kaveh Rastegar al basso, Fede Poggipollini alle chitarre, Niccolò Bossini sempre alle chitarre e Luciano Luisi alle tastiere.
Tra gli ‘ospiti’, invece: il Solis Strings Quartet in “Quando mi vieni a prendere” e Lenny, il figlio undicenne del Liga che suona la batteria in “Taca banda”.

CURIOSITÀ:
Verso il finale un assolo di chitarra in “Quando canterai la tua canzone” viene doppiato dal suono ottenuto soffiando su un pettine coperto da carta velina, un vecchio trucco blues che poggia però su suoni decisamente attuali.
Prima eccezione nella sua discografia, “Arrivederci, mostro” non vede Ligabue né in veste di produttore né di co-produttore. Tutto il lavoro (incluse alcune parti di chitarra) è stato affidato invece a Corrado Rustici, storico produttore e chitarrista italiano, già insieme a Ligabue ne “Gli ostacoli del cuore”, “Niente paura”, “Buonanotte all’Italia” e “Il centro del mondo”.

Valeria

lunedì 31 maggio 2010

I mistici dell'Occidente - Baustelle


“I mistici dell’occidente” Titolo evocativo, profondo e affascinante. Il quinto album dei Baustelle lascia spiazzati.
Il gruppo di Montepulciano inizia la sua carriera con due album prepotentemente psichedelici ed indie “Il sussidiario illustrato della giovinezza” e “La moda del lento” rispettivamente del 2000 e del 2003. Sono un successo: canzoni come “Gomma”, “Martina”, “La canzone del parco” sono manna per chi, ormai stanco della maggior parte dei gruppi italiani sempre più e sempre più spesso uguali a se stessi, cerca qualità e innovazione.
Nel 2005 la svolta. I Baustelle in numero ridimensionato (il tastierista Fabrizio Massara infatti abbandona il gruppo che si riduce ai tre membri attuali) passano da un etichetta indipendente ad una multinazionale, la Warner, con cui producono il terzo album “La malavita”. Molti estimatori dei primi due lavori accusano il gruppo di essersi fatto traviare dal successo e definiscono “La malavita” un album commerciale , accusa, a nostro avviso, facile e miope. Infatti secondo noi proprio questo aprirsi ad un pubblico più vasto permette a Bianconi (leader del gruppo e principale autore dei testi) di abbandonare l’eccessivo ermetismo senza perdere in poetica e profondità.
Nel 2008 esce “Amen”: i Baustelle ormai maturi creano un opera che è un perfetto connubio tra le atmosfere spinte e innovative dei primi due album e l’universalismo poetico della Malavita; un piccolo capolavoro.
“I mistici dell’occidente” viene a collocarsi ideologicamente a detta dello stesso Bianconi come seguito di “Amen”.
Il disco si apre con un brano semi-strumentale “L’indaco”, in cui un inizio d’organo suggerisce un 'aria quasi di rito, di messa, e proprio come un canto di chiesa comincia dopo un lungo intro la “preghiera” di speranza malinconica in cui le voci di Francesco e Rachele si intrecciano e si sfiorano creando un’armonia unica che ci catapulta prepotentemente all’interno di quello che si prospetta essere un viaggio di intense emozioni. L’attesa dell’ascoltatore non viene disillusa da nessuna delle quattro tracce successive, tutte, in maniera differente, estremamente coinvolgenti. Le chitarre elettriche e la melodia psichedelica di “San Francesco”, aprono la strada verso “I mistici dell’occidente” traccia che dà il nome all’album, elogio della scelta di moderni asceti di abbandonare i legami e gli agi della società per scegliere una strada che vada oltre il “materiale” e perciò il motto ricorrente “Ci salveremo disprezzando la realtà”.
La quarta traccia è “Le rane” in cui tornano i temi, cari al gruppo, del passaggio dall’adolescenza all’età adulta e della “provincia cronica”, affrontati spesso nei lavori precedenti. In più stavolta Bianconi ci propone una nostalgica fotografia di un infanzia passata in pantaloni corti correndo tra l’erba alta e i girasoli cercando le avventure lette in Salgari e trovandone di più simili a quelle narrate da Twain. Nella molteplicità dei temi poi affrontati da questa stupenda canzone troviamo anche lo scorrere inesorabile degli anni espresso nella frase che è probabilmente una delle più belle dell’album “perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane”.
“Gli spietati” traccia che rimanda ai pezzi dei “Rokes” ed in generale agli anni sessanta e alla Beat generation, ci accompagna nella parte centrale del disco che non possiede la “potenza” delle tracce iniziali, ma si concentra più sui testi che sulle melodie. Perciò canzoni come “Follonica”, “La canzone della rivoluzione”, “La bambolina” e “ Il sottoscritto” (quest’ultime due grandi prove individuali rispettivamente della Bastreghi e di Bianconi) vanno ascoltate più di qualche volta per apprezzarne a pieno la dimensione poetica. Fa eccezione il pezzo “Groupies” di immediato e devastante impatto: bel testo e musica coinvolgente con un intro che ricorda le melodie degli spaghetti-western e un leggero sottofondo di archi che accompagna la voce di Francesco e i cori dal sapore anni ottanta di Rachele, in un crescendo di batteria che porta ad una coda elettronicamente country.
Il finale del disco è prepotentemente segnato da una delle tracce più affascinanti dell’album che si rivela probabilmente anche una delle canzoni più belle del gruppo: “L’estate enigmistica” , in cui la melodia allegra nasconde una amara e profonda riflessione sulla caducità dei brevi attimi di felicità che la vita ci riserva “perché tanto amara è la realtà / e io non ho più l’età per riuscire a illudermi”.
E lo stesso tema è ripreso da “L’ultima notte felice del mondo” ultima traccia che viene a chiudere un album, che è, a nostro avviso, risultato di un lavoro attento e maturo ed espressione di un abilità artistica che denuncia consapevolezza delle proprie capacità ed accentuata profondità spirituale.

Stefano P.

Altre informazioni, qui.
Sito ufficiale del gruppo, qui.
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